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alla larga da quei jeans....e alternativa

Posted in Notizie Varie

Diritti dei lavoratori negati, poco rispetto per l’ambiente,chimica nei tessuti. L’etica scolorita delle maggiori griffe.

Fanno sentire bene chi li indossa, ma fanno stare male gli operai che li realizzano. C’è sempre un rovescio della medaglia,quello dei jeans è spesso fatto di diritti negati, di straordinari forzati, di salari che non garantiscono una vita dignitosa, di ambienti di lavoro insicuri, di processi che mettono a rischio la salute di chi li porta a termine. E anche l’ambiente paga un prezzo molto alto. Perché il ciclo del denim , richiede consumi d’acqua impensabili e l’utilizzo di tantissime sostanze chimiche nelle diverse fasi di produzione, dalla coltivazione del cotone fino ai trattamenti per ottenere effetti particolari sui jeans. Chimica che poi si riversa nell’ecosistema o entra direttamente in contatto con il nostro corpo .

Un usato per niente sicuro

Ironia della sorte, centocinquant’anni fa, il “cinque tasche” di tela blu  comodo, robusto e a prova di strappi  è nato proprio per vestire gli operai, i quali lo adottarono in massa. Il jeans è poi diventato simbolo della contestazione giovanile negli anni Settanta, icona di libertà ed emancipazione, prima che di praticità ed eleganza casual. Adesso è nel guardaroba di tutti: capo passepartout per definizione, perché non esiste indumento più versatile del denim. A zampa o a vita bassa, oversize o aderente, strappato o scolorito, ricamato o tempestato di strass, il suo ruvido fascino trova sempre il modo per piacere a tutti e infilarsi in ogni occasione: ufficio, vacanza e mondanità. E per questo è diventato un terreno di sperimentazione per gli stilisti, che inventano continuamente nuovi effetti speciali, senza pensare ai pericoli che corre chi deve realizzarli. Il più infausto di tutti è l’effetto “usato”, un invecchiamento artificiale tramite scoloritura di determinate parti del jeans, ottenuto quasi sempre con una tecnica che mina la salutedei lavoratori: la sabbiatura (sandblasting).

Un tecnica micidiale

La sabbiatura può uccidere, se eseguita manualmente e senza adeguate protezioni. Questo perché la silice contenuta nella sabbia, che i lavoratori spruzzano con un compressore sulle parti del jeans da trattare, finisce nell’aria che respirano. In questo modo contraggono una forma acuta di silicosi, una malattia polmonare che può portare alla morte, dal momento che non esistono cure. I primi casi sono stati scoperti in Turchia nel 2005. Si stima che da allora siano 5.000 gli operai affetti da silicosi, ma il fatto che lavorino spesso in laboratori dell’economia sommersa,rende il fenomeno quantificabile solo in maniera approssimativa. Finora i morti accertati sono una cinquantina. Nel 2009 la Turchia ha bandito la sabbiatura, ma il risultato è che il business del denim sabbiato si è spostato in paesi con meno controlli (Cina, India, Bangladesh, Pakistan e in parte nel Nord Africa).

L’Italia a passo di gambero

Solo poco più del 60% delle marche qui esaminate ha pubblicamente dichiarato di aver cessato o di voler cessare la sabbiatura. Tuttavia si tratta di dichiarazione che non offrono sufficienti garanzie. Per i consumtori non è infatti possibile verificare, semplicemente osservando e toccando il jeans vintage, in quali condizioni e con quali metodi è stato ottenuto l’invecchiamento. Ma non lo è neanche per un laboratorio chimico, dato che le tracce di silice svaniscono dopo il lavaggio del capo. Quindi, per non rendersi nemmeno indirettamente complici dei possibili gravi rischi a carico del lavoratori, bisogna acquistare modelli non scoloriti. Tra tutte le fabbriche da noi visitate (in Cina, Pakistan, Marocco Turchia e Italia),stupisce che l’unico caso di sandblasting sebbene non completamente manuale, ma con l’uso di attrezzature protettive  sia stato rilevato proprio nel nostro Paese. Dopo l’ispezione, la fabbrica (fornitrice di Nudie Jeans Co.) ha ufficialmente dichiarato di aver abbandonato questa tecnica, sostituendola con un’altra «innovativa e a basso rischio». Tuttavia, balza agli occhi, guardando la tabella a pagina 16, che i brand di cui abbiamo visitato fabbriche in Italia, Nudie Jeans Co. e G-Star Raw, abbiano giudizi meno buoni di altri. Il nostro Paese è considerato a basso rischio, e le aziende committenti non effettuano controlli sulle condizioni di lavoro, come invece avviene in quelli ad alto rischio. È necessario alzare la guardia, perché i problemi nei paesi occidentali ci sono, eccome: protezioni carenti per i lavoratori atipici, soprattutto quelli reclutati tramite agenzie interinali; scarsa consapevolezza dei propri diritti da parte dei lavoratori e rappresentanza sindacale debole; inefficienze nel monitoraggio dei sistemi di sicurezza e della salute degli addetti alla produzione.

la zona grigia dei subfornitori

In generale, nonostante i buoni standard previsti dai codici di condotta sulla responsabilità sociale, di cui tutti i marchi si sono dotati, i problemi riscontrati nascono dalla carenza nei controlli sulla catena dei fornitori indiretti. I contratti di subfornitura creano filiere difficilmente tracciabili. Meno della metà dei marchi monitora attivamente i fornitori sugli aspetti sociali. E quando le verifiche avvengono, è raro vedere pubblicati i risultati. Stesso discorso per gli aspetti ambientali, dove l’attenzione è ancora più carente, segno che le preoccupazioni ecologiche rappresentano il più delle volte una bandiera da sventolare, e raramente si trasformano in pratiche concrete.

Quante brutte macchie...

Nelle fabbriche la zona più a rischio rimane quella della finitura, in cui vengono eseguiti i trattamenti con sostanze chimiche (tinture, spruzzature, effetti abrasivi, resine, laser…) e i lavaggi. Queste aree degli impianti produttivi spesso non sono dotate di sistemi di ventilazione e di scarico adeguati, e le verifiche sulla sicurezza non sembrano essere frequenti e rigorose come dovrebbero. Anche i controlli sanitari sugli addetti a questi compiti sono largamente insufficienti. Alcuni lavoratori riferiscono che a essere assegnati a questi settori sono soprattutto i nuovi assunti, meno  consapevoli dei rischi che corrono, anche perché quelli con più esperienza oppongono resistenza. In un magazzino dove erano stoccate sostanze chimiche infiammabili abbiamo trovato mozziconi di sigarette. In circa un terzo delle fabbriche visitate non ci sono mai state esercitazioni antincendio. In molti casi gli operai sono costretti a lavorare senza un giorno di riposo per 13 giorni di fila, facendo straordinari pagati con una tariffa non maggiorata. E c’è anche chi non dà le buste paga perché «tanto sono elaborate in una lingua che i lavoratori non comprendono». Diritti negati che macchiano i jeans che indossiamo, macchie purtroppo invisibili. ¬

Il CIClO DEl DENIM: DAI CAMPI DI COTONE Al NEgOZIO

Il ciclo di vita di un paio del jeans ha un impatto ambientale notevole. In tutte le sue fasi, a partire dalla produzione di cotone. La coltivazione di questa pianta comporta un grande dispendio di acqua e l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti in quantità, sostanze tossiche che rappresentano un rischio soprattutto per l’ambiente acquatico.

Con la produzione di cotone biologico, secondo standard certificati, si riesce a ovviare al problema della tossicità, perché è vietato l’uso di pesticidi e  fertilizzanti, ma non a quello del consumo intensivo di acqua. Il cotone organico potrebbe essere un’alternativa più sostenibile al cotone tradizionale, ma al momento rappresenta soltanto solo l’1,1%dell’intera produzione di cotone. Altre sostanze chimiche sono utilizzate nelle fasi successive (filatura, tessitura, tintura del denim e manifattura dei jeans): processi inquinanti, che comportano consumo di energia. Per non parlare dell’impatto del trasporto: il cotone è coltivato in alcuni paesi, trasportato in altri per la filatura, poi in altri per

la tessitura e la produzione dei jeans, che infine sono consegnati ai dettaglianti in altri paesi ancora.

tratto da Altroconsumo

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L’ALTERNATIVA c’è :

Il Jeans biologico e sostenibile

EcoGeco è un Jeans a cinque tasche prodotto interamente in Veneto e distribuito tramite la rete dei GASGruppi di Acquisto Solidale, e del commercio Equo e Solidale. Si tratta di un prodotto unico nel suo genere, realizzato con l'obiettivo di dimostrare che è possibile applicare i principi della produzione sostenibile ed etica anche nel campo dell'abbigliamento.

Ecogeco - Tessuto Genova Ecologico

 Eco come Ecologico : http://www.ecogeco.it/

Geco come Genova + Ecologico. Non solo il simpatico rettile assolutamente innocuo per l'uomo, ma soprattutto un mix di parole che rappresentano il nostro intento principale: riprodurre il tessuto di Genova (il vero nome della "tela Jeans") in salsa ecologica.

Siamo Giampaolo e Claudia, lavoriamo da più di trent'anni nel settore tessile e da cinque abbiamo contribuito a fondare un Gruppo di Acquisto Solidale (GoloGas di Verona) che conta oltre 60 famiglie.

Questi due fattori, uniti perché no, alla crisi economica globale che ha coinvolto anche noi come molti altri, hanno fatto nascere in noi il pensiero che è necessario reagire utilizzando le proprie conoscenze ed i propri ideali per mettere in moto dei cambiamenti concreti.

Siamo consapevoli dei mutamenti che il nostro settore ha vissuto e che lo hanno portato alla distruzione della filiera produttiva, dapprima attraverso la delocalizzazione dei laboratori di confezione e successivamente attraverso l’importazione del prodotto finito, ottenendo come unico effetto l’abbassamento dei costi di produzione ma mai dei prezzi di vendita.

Questa situazione ha fatto maturare in noi il desiderio di realizzare un prodotto ecologico che utilizzi l’intera filiera produttiva in ambito locale, considerando questo un progetto sostenibile. Sostenibile poiché rispetta l’ambiente e il lavoro in quanto attraverso il recupero della produzione mette in moto la redistribuzione della ricchezza che pensiamo possa essere un modo per combattere questa crisi.

L’idea è partita circa un anno fa, quando nelle nostre riunioni di Gas ci si avvicinava agli acquisti “no food”, è stata illustrata a novembre ad una riunione dell’Intergas veronese con lo scopo di verificare se trovava interesse e consenso. Interesse che successivamente ha visto partecipe, con riferimento al recupero del settore tessile, anche la Rete Gas vicentina, che a giugno nell’ambito di Festambiente – Vicenza, presenti referenti delle Reti Gas venete ci ha dato modo di presentare il nostro progetto. Progetto che è stato successivamente presentato a Gusti Berici (Longare-VI) dove abbiamo potuto mostrare anche i primi prototipi e a Fiera Quattro Passi a Treviso dove siamo arrivati con i capi finalmente realizzati.

La realizzazione non è stata priva di ostacoli, lo spiegano i circa nove mesi di “gestazione”.

Le problematiche riscontrate sono attribuibili al fatto che le realtà produttive presenti sono veramente poche ed in grave difficoltà

Modelli, caratteristiche e taglie

I modelli uomo e donna sono stati studiati con una vestibilità media,  affinchè possano essere indossati da persone di diversa corporatura.

  • Nimes rinse: jeans 5 tasche da donna, vita media, gamba dritta con lavaggio "bagnato e asciugato"
  • Nimes stone wash: jeans 5 tasche da donna, vita media, gamba dritta con lavaggio ad acqua e sassi per un effetto leggermente vintage
  • Genova rince: jeans 5 tasche da uomo, vita medio/alta, gamba dritta con lavaggio "bagnato e asciugato"
  • Genova stone wash: jeans 5 tasche da uomo, vita medio/alta, gamba dritta con lavaggio ad acqua e sassi per un effetto leggermente vintage
  • Genel stone wash: jeans 5 tasche unisex, vita media, lavaggio ad acqua e sassi.

I materiali

Il prodotto è un jeans a cinque tasche che consideriamo pressochè unico per i materiali utilizzati e l'intero ciclo produttivo svolto in ambito locale.

  • il tessuto, realizzato con filo di cotone organico, tinto con puro indaco vegetale è prodotto, a partire dalla tintura del filato, dalla Tessitura Berto di Bovolenta - Padova
  • i capi realizzati sono tagliati e cuciti in aziende venete, con laboratori che impiegano personale regolarmente assunto
  • il trattamento di lavanderia viene eseguito unicamente con acqua e sassi in una lavanderia nelle immediate vicinanze del laboratorio
  • i modelli , uomo e donna, sono stati studiati con una vestibilità media affinchè possano essere indossati da persone di diversa corporatura.

Il tessuto utilizzato è un denim bio 100% cotone per l'uomo mentre quello utilizzato nei modelli donna è un denim bio con 2% di elastomero che conferisce maggiore confortevolezza ad un capo più femminile

L'indaco vegetale

Il sesto colore dell'arcobaleno, l'Indaco "nasce" tra il blu e il viola e corrisponde alla mezzanotte, il suo complementare è il giallo oro (tra arancione e giallo) ovvero il mezzogiorno. Il momento più luminoso del giorno si oppone a quello più scuro.

L'indaco è una sostanza colorante azzurra ricavata dalla omonima pianta indigoide.

L'indaco con cui viene tinto il filato dei nostri jeans è ricavato dall'omonima pianta...NON E' INDACO CHIMICO

Il processo di tintura avviene mediante impregnazione ed ossidazione con esposizione all'aria. L'alternanza di queste due fasi produce un'efficace fissazione del colore.

Il colorante si deposita all'esterno del filato di cotone che mantiene la sua anima colore ecrù naturale. Questo è il motivo per cui con la sua semplice usura o con trattamenti di acqua e pietra pomice il tessuto denim decolora ed assume aspetti "vintage".

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