Tonno
IL TONNO IN TRAPPOLA
Il tonno in scatola è la conserva ittica più venduta sul mercato mondiale, con un
volume d’affari che si aggira intorno ai 19,3 miliardi di euro l’anno2, ma ben pochi
consumatori sanno cosa davvero si nasconde nelle scatolette.
Le campagne pubblicitarie cercano di far apparire la pesca al tonno come una
pittoresca industria artigianale, ma in realtà le flotte che pescano il tonno sono tra le
più industrializzate al mondo, e sono responsabili di gravi impatti sugli oceani. Questo
tipo di pesca minaccia da un alto le risorse da cui dipende, sovrasfruttando gli stock
di tonno e catturandone esemplari giovanili, e dall’altro l’intero ecosistema marino. Il
tonno è solitamente pescato con metodi che causano ogni anno la morte di migliaia
di squali e tartarughe marine, tra cui specie minacciate d’estinzione. A soffrirne
purtroppo non è solo l’ambiente ma anche le popolazioni costiere i cui mari in cambio
solo di una piccola parte dei guadagni, vengono depredati da flotte straniere e dal
fenomeno sempre più diffuso della pesca illegale.
L’Italia è uno dei più importanti mercati europei per il tonno in scatola, con un
consumo annuo che supera le 140.000 tonnellate, e il secondo più grande produttore
in Europa, con una produzione che nel 2006 arrivava a 85.000 tonnellate di scatolette
per un fatturato di circa 500 milioni di euro3. Distributori e produttori di tonno in
scatola nel nostro paese hanno la responsabilità di confrontarsi con gli impatti causati
dalla pesca al tonno da cui il loro business dipende.
Per questo Greenpeace ha lanciato un’indagine sulla sostenibilità delle scatolette di
tonno vendute in Italia, contattando ben 14 aziende3, che insieme coprono più
dell’80% del nostro mercato. Tra i marchi più conosciuti:
Riomare, di proprietà del gruppo Bolton, multinazionale olandese proprietaria
anche di Palmera e Alco,
e leader indiscusso con il 38% del mercato italiano,
Nostromo, di proprietà del gruppo spagnolo Calvo, seconda azienda in Italia, con
quasi il 10% del mercato4
È necessario cambiare il modo in cui la pesca al tonno viene gestita
e introdurre
modifiche sostanziali nei metodi di pesca utilizzati se vogliamo davvero proteggere
l’ecosistema marino e garantire che risorse come il tonno non si esauriscano. Le
decisioni dei produttori di tonno in scatola e della grande distribuzione organizzata nel
nostro Paese possono davvero trasformare questo mercato, facendo crescere la
domanda per un tonno pescato in maniera equa e sostenibile.
STOCK DI TONNO IN DECLINO
Con il nome generico di “tonno” si indica in realtà un gran numero di specie diverse di
pesci predatori, di varia taglia, ampiamente distribuite nei diversi oceani e mari del
mondo. La maggior parte del tonno in scatola venduto in Italia è una specie
conosciuta come tonno pinna gialla (Thunnus albacares).
Più raramente sugli scaffali
dei nostri supermercati si trova il più piccolo e meno conosciuto tonnetto striato
(Katsuwonus pelamis) talvolta indicato come “skypjack”.
Anni di cattiva gestione e pesca eccessiva hanno causato la crisi della maggior parte
degli stock di tonno. Dei 23 stock sfruttati commercialmente:
h almeno 9 sono classificati come completamente pescati (fully fished)
h 4 sono considerati sovrasfruttati o completamente esauriti
h 3 sono classificati come gravemente minacciati
h 3 sono minacciati
h 3 sono vulnerabili all’estinzione6
Il 79% dei consumatori
europei considera l’impatto
ambientale un fattore
importante da considerare
al momento dell’acquisto
di prodotti ittici1
Tutti i 23 stock di tonno sono sottoposti a un intenso sforzo di pesca, anche risorse
per il momento in buono stato, come il tonnetto striato. In particolare, vi è
preoccupazione per la conservazione degli stock di pinna gialla. Vi sono segni di
declino delle risorse e, come sostiene il programma Seafood Watch del Monterey Bay
Aquarium, è probabile che il sovrasfruttamento sia ormai diffuso in tutti gli oceani7.
Secondo il Codice di Condotta FAO per la Pesca Responsabile, tanto sbandierato ma
raramente applicato, la gestione della pesca dovrebbe essere basata sul principio di
precauzione. Se così fosse, lo stato attuale degli stock di pinna gialla avrebbe da
tempo dovuto far scattare misure gestionali restrittive per garantire la sostenibilità della
pesca. Purtroppo la mancanza di una gestione efficace e l’utilizzo diffuso di metodi di
pesca che catturano esemplari immaturi minacciano il tonno preferito dagli Italiani.
A peggiorare la situazione le catture “nascoste” della sempre più diffusa pesca pirata. La
pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN), può arrivare a rappresentare in
Oceani come il Pacifico - da cui proviene la maggior parte del tonno pinna gialla mondiale
- oltre il 30% delle catture di tonno, aumentando ulteriormente la pressione sugli stocks8.
Non si è ancora arrivati al disastro, ma è necessario muoversi subito nell’interesse di
tutti.
STRAGE ALL’OMBRA
La maggior parte del tonno in scatola è catturato utilizzando ‘sistemi di aggregazione
per pesci’ (FAD - Fish aggregation devices ). I FAD sono oggetti galleggianti che attirano
pesci e altri animali. Alcuni cercano riparo, altri sono semplicemente incuriositi e altri
ancora…sanno che vicino agli oggetti galleggianti ci sono possibili prede. I FAD
vengono utilizzati per “concentrare” i tonni e poi prelevarli con ampie reti conosciute
come reti a circuizione (purse seins). I FAD, però, non attirano solo i tonni che i pescatori
vogliono catturare. In media, quando viene utilizzato un FAD, per ogni 10 chilogrammi di
tonni catturati si pesca un chilogrammo di altri animali “indesiderati” (catture
“accessorie” o bycatch) tra cui esemplari giovanili di tonno, tartarughe, squali, mante e
un’ampia varietà di altre specie9. Uno studio scientifico del 2005 conclude che le catture
accessorie totali dovute all’utilizzo di FAD ammontano a 100.000 tonnellate ogni anno.10
I FAD sono trappole mortali soprattutto per esemplari giovani di tonno: gran parte delle
catture accessorie sono, infatti, costituite da esemplari immaturi di tonno pinna gialla e
tonno obeso (Thunnus obesus). La pesca con reti a circuizione su FAD è pertanto
considerata una delle cause principali dell’esaurimento di tali stock.11. Poiché il tonno
pinna gialla e il tonno obeso sono specie di grande valore commerciale, ucciderne
esemplari immaturi non è solo un atto distruttivo da un punto di vista ambientale, ma
anche, in termini economici, una dimostrazione della vista corta del settore.
Vi sono, inoltre, crescenti evidenze che i FAD alterano seriamente il ciclo vitale dei tonni.
Secondo i dati di una ricerca effettuata a maggio 2008, i FAD allontanerebbero i tonni e
altre specie di pesci dalle loro rotte migratorie, provocandone la denutrizione, con
possibilità di ben più gravi conseguenze ecologiche12.
Nonostante tutto, in assenza di una gestione seria delle attività di pesca, l’uso di FAD
associati a reti a circuizione è cresciuto in maniera considerevole negli ultimi anni: al
momento, sembra che circa il 70% delle catture “ufficiali” di tonno derivino dall’uso di
FAD13.
ALLA FINE DELLA LUNGA LINEA
I palamiti sono lenze lunghe fino a 100 chilometri, alle quali sono attaccate un gran
numero di lenze più corte, fino a 3.000, che terminano con un amo. Solitamente, la
pesca con palamiti è diretta verso le specie di maggior valore commerciale come il
tonno pinna gialla. I palamiti purtroppo catturano anche un gran numero di “specie
accessorie”: esistono molte misure per minimizzarne l’impatto ma vengono utilizzate
molto raramente e solo una piccola percentuale della flotta ha a bordo osservatori
indipendenti per controllarne l’attività. I palamiti continuano così a essere responsabili
della morte di tartarughe, uccelli marini, squali, mante e un gran numero di altri pesci14
UCCISI PER UN TONNO IN SCATOLA
Tartarughe
Sei delle sette popolazioni di tartarughe marine al mondo compaiono nella lista rossa
delle Specie Minacciate d’Estinzione dell’Unione Internazionale di Conservazione
della Natura (IUCN). La situazione è particolarmente grave per le popolazioni
dell’Oceano Pacifico (tutte nella lista rossa): negli ultimi trent’anni, le popolazioni
nidificanti di tartaruga liuto sono diminuite di oltre il 95% e le tartarughe Caretta
caretta dell’80-86%16. La pesca con FAD potrebbe causare seri problemi alle
popolazioni locali di tartarughe17 mentre migliaia ne muoiono ogni anno catturate da
palamiti 18 in mare.
Squali e altri pesci cartilaginei
Squali e altri pesci cartilaginei, come le mante, vengono uccisi in gran quantità dalla
pesca al tonno. Oltre tre quarti delle specie pelagiche di squali e mante sono ora
classificate come a rischio o quasi a rischio d’estinzione dall’IUCN. Molte di queste
specie vengono regolarmente catturate nelle reti a circuizione che pescano il tonno19.
Tagliare le pinne dorsali di squali, spesso mentre questi sono ancora in vita, per poi
rigettarli in mare è una pratica comune sui pescherecci che pescano tonno.
Le pinne dorsali possono essere vendute a prezzi molto alti in paesi dove la zuppa di
pinne di squalo è considerata una prelibatezza. Nell’Oceano Pacifico Centrale e
Occidentale, la mortalità totale di squali è stata stimata intorno ai 500 000 -1,4 milioni
di esemplari l’anno sulla base di dati raccolti da osservatori a bordo di pescherecci
che utilizzano palamiti20.
L’ETICHETTA “AMICO DEI DELFINI” NON BASTA
Virtualmente tutto il tonno in scatola venduto in Italia è certificato dall’Earth Island
Institute (EII) come “amico dei delfini” o “dolphine safe”.22 L’EII è stata una delle
organizzazioni pioniere nella certificazione “dophin safe” e ha contribuito in modo
decisivo a risolvere un problema specifico: la strage di delfini nell’Oceano Pacifico
Centro-Orientale causata dalla pesca al tonno. Questa certificazione dimostra che
l’industria del tonno è in grado di rispondere a problemi ambientali, quando messa sotto
pressione dai consumatori. Purtroppo l’etichetta dolphin safe è insufficiente ad assicurare
che l’industria sia sostenibile nel lungo periodo. Molti metodi di pesca “dolphin safe”
causano la cattura di una moltitudine di specie ”accessorie” (o bycatch), tra cui
tartarughe e squali. È necessario, quindi, ampliare tali standard per garantire che anche
altre specie marine siano salvaguardate dalla pesca al tonno. Anche se alcuni certificatori
stanno iniziando a valutare problematiche di sostenibilità più ampie, gli impatti della
pesca con FAD o la necessità di adottare una gestione precauzionale per limitare il
prelievo delle risorse ed evitarne il collasso non vengono ancora presi in considerazione.
TEMPO DI CAMBIARE
Lo stato critico delle risorse, l’uso di attrezzi da pesca non selettivi e la pesca illegale
impongono con urgenza decisioni a tutela degli stock e degli ecosistemi marini.
L’industria della pesca al tonno deve smettere di utilizzare FAD e ogni peschereccio
che utilizzi reti a circuizione o palamiti dovrebbe avere sempre osservatori a bordo, in
modo da garantire che vengano prese tutte le misure possibili per limitare le catture
accessorie (bycatch).
La pesca con i palamiti deve essere ricondotta entro limiti di sostenibilità e occorre
immediatamente che le misure mitigatorie già note e spesso previste siano davvero
impiegate per ridurre le catture accessorie associate a questo tipo di pesca.
L’industria si deve muovere verso metodi di pesca più sostenibili, riducendo lo sforzo
di pesca per evitare il declino degli stock e prediligendo sistemi di pesca con l’uso di
lenze con pochi ami (pole and line o trollling). Questi metodi di cattura sono già
utilizzati nella pesca su piccola scala e sono diretti alla pesca di tonni adulti, evitando
le catture accidentali. Questi metodi, inoltre, favorirebbero le industrie locali dei Paesi
in via di sviluppo.
I Governi devono agire insieme per garantire una gestione sostenibile delle risorse che
comprenda la creazione di riserve marine, chiudendo ampie aree degli oceani alla
pesca. Vi è uno schiacciante consenso scientifico sulla necessità di una rete di grandi
riserve marine anche in acque internazionali, fondamentale per proteggere
l’ecosistema marino mondiale dalla pesca eccessiva e distruttiva e permettere il
recupero delle risorse. Purtroppo, al momento, tali riserve coprono meno dell’1%
degli oceani della Terra24. In accordo ai dati della ricerca, Greenpeace chiede che il
40% degli oceani sia protetto da riserve marine.
Alcuni progressi sono stati fatti nel 2008 quando le Nazioni delle Isole del Pacifico
hanno mostrato la volontà di proteggere alcune grandi aree localizzate in acque
internazionali, ricche di tonni e altra vita marina, appena oltre le loro zone economiche
esclusive, dove si esercita una pesca al di fuori di ogni controllo. È stato deciso di
vietare dal 2010 la pesca al tonno con reti a circuizione in due di queste aree.
Rendere la pesca al tonno sostenibile è necessario non solo per l’ambiente ma anche
per il futuro economico delle popolazioni costiere. Oggi gli Stati delle Isole del
Pacifico vedono i loro mari depredati da flotte straniere e ricevono in cambio solo una
piccola parte dei guadagni generati dalla pesca dei loro tonni.
Greenpeace/Hilton
6
PRODUTTORI DI TONNO IN SCATOLA E SUPERMERCATI:
TOCCA A VOI!
La maggior parte del tonno in scatola è venduto in Italia nei supermercati. Le
decisioni dei produttori e della grande distribuzione organizzata possono, quindi,
davvero trasformare questo mercato.
I produttori di tonno e i supermercati devono:
2 Adottare una politica scritta per l’approvvigionamento sostenibile del tonno che
comprenda precisi criteri di sostenibilità ambientale e sociale, che garantiscano ai
consumatori l’acquisto di tonno catturato senza causare danni all’ecosistema
marino e ai Paesi costieri;
2 Garantire la completa tracciabilità dei propri prodotti in modo da impedire che il
tonno provenga dalla pesca illegale: non di rado i pescherecci pirata passano ai
cargo frigo il pescato in alto mare, senza alcun controllo. Questo tipo di trasbordo
deve essere vietato.
2 Smettere di comprare tonno catturato con FAD o palamiti che non adottino misure
di mitigazione, incoraggiando in questo modo l’utilizzo di pratiche per la pesca del
tonno con il minor numero possibile di catture accessorie.
2 Smettere di vendere tonno di stock in declino fino a che non sia stato diminuito lo
sforzo di pesca e non siano stati adottati adeguati strumenti di gestione in linea
con il principio di precauzione e il Codice FAO per la Pesca Responsabile.
2 Assicurare trasparenza ai consumatori fornendo loro sull’etichetta precise
informazioni riguardo al tonno utilizzato nelle scatolette (nome della specie,
provenienza e metodo di pesca)
2 Appoggiare la creazione di una rete di riserve marine come parte di una gestione
basata su un approccio ecosistemico e precauzionale, anche per garantire,
nell’interesse delle imprese e dei consumatori, un futuro alla risorsa.
Cambiare è possibile: le campagne di Greenpeace hanno già cambiato il mercato in
molti Paesi. Ad esempio nel Regno Unito importanti catene di supermercati, come
Sainsbury, hanno iniziato a vendere tonno pescato solo con metodi di pesca
sostenibili (come il pole and line), altre, come Coop, a sostenere apertamente la
creazione di riserve marine25.
Adesso tocca ai produttori e ai distributori italiani di tonno in scatola cambiare il modo
in cui il proprio prodotto viene catturato per porre fine ai danni che la pesca al tonno
sta causando all’ambiente marino.
tratto dal sito di GREENPEACE



