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il cotone....un mercato poco pulito

Scritto da Valentino Zanon.

l rapporto della Fairtrade Foundation accusa l’Unione europea di drogare il mercato del cotone. I sussidi europei sono i più alti del mondo e danneggiano i coltivatori africani.

Il mondo del cotone non è così pulito e candido come vorrebbe il nostro immaginario. I coltivatori sono sottopagati e costretti ad impiegare una mole enorme di pesticidi. E come se non bastasse ci si mette anche il mercato, con degli ingranaggi che sembrano congegnati per stritolare i più deboli: in realtà non sono altro che le sovvenzioni, che la Fairtrade Foundation rimprovera agli europei di applicare oltre misura. Il problema del cotone in questo caso si chiama dumping, la vendita sottocosto della materia prima europea e americana. A farne le spese sono i coltivatori africani di una delle aree più povere e disagiate della terra. Sotto processo vengono messi i sussidi che Bruxelles concede all’agricoltura, accusati da più parti di drogare il libero mercato e di creare clientelismi politici.

Il libero mercato mondiale, che tutti difendono a spada tratta, diventa un’espressione priva di senso. Se fosse davvero reale, infatti, consentirebbe ai grossisti africani di cotone di primeggiare in virtù della forte competitività del loro prodotto. In Africa Occidentale si produce il cotone meno caro al mondo, grazie a costi di produzione molto bassi e circa 10 milioni di coltivatori che riescono a malapena a coprire il costo della vita.

All’interno dell’Unione europea d’altra parte si produce appena il 2% del cotone globale, in alcune aree della Spagna e della Grecia, ma gli agricoltori europei ricevono i sussidi più alti al mondo per ogni ettaro coltivato, addirittura quindici volte superiori a quelli riconosciuti ai roduttori statunitensi.
A pagarne le conseguenze sono i cosiddetti C4: Africa occidentale, Benin, Burkina Faso, Ciad e Mali, per i quali il cotone è la principale derrata da esportazione e potrebbe essere la chiave di uscita dalla povertà. Il principale ostacolo all’affermazione di questi paesi, secondo la fondazione britannica, sono proprio le politiche di Stati Uniti e Unione europea.

L’Ue distribuisce circa 1 miliardo di dollari all’anno ai suoi 100 mila coltivatori, mentre gli Stati Uniti negli ultimi nove anni hanno dato sovvenzioni per circa 24 miliardi di dollari agli stati meridionali nel bacino del Mississippi. In totale, dal 2001 al 2009 incluso, i due giganti economici hanno versato complessivamente quasi 32 miliardi di dollari ai rispettivi produttori. Che sommati a Cina e India diventano 47 miliardi.

Uniti contro le sovvenzioni
La Fairtrade Foundation ha lanciato una campagna per chiedere alla Commissione europea di abolire le sovvenzioni. Secondo i relatori del rapporto bisognerebbe però anche rivedere i meccanismi che regolano il commercio internazionale. Ad oggi, malgrado i proclami teorici della globalizzazione, gli Stati poveri non hanno ancora accesso ai mercati ricchi. Nel lontano 2001 in Qatar era stato avviato un round di negoziati mondiali con lo scopo di eliminare le distorsioni del commercio, tra cui le barriere tariffarie e le sovvenzioni. Ma la grande promessa di Doha è stata fortemente disattesa. Sono crollate le torri gemelle e il mondo ha cominciato a rialzare le barricate. Benin, Ciad, Mali e Burkina Faso intanto continuano a impoverirsi e a perdere posizioni nell’indice di sviluppo umano.

Per incentivare l’import di materia proveniente da quest’area, che tra l’altro soprattutto in Benin vanta una buona fetta di produzione biologica, il nostro Paese potrebbe fare sicuramente di più. Ma è anche vero che le dinamiche politico-economiche sono complesse. E c’è un problema culturale italiano. Come ha dichiarato Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia, al Sole 24 ore: «molte aziende di moda nostrane si rifugiano nel made in Italy come pretesto per non impegnarsi sul fronte della responsabilità etica». Ma il cotone come materia prima non può certo essere made in Italy. Anche se, considerate le sovvenzioni, qualche coltivatore nostrano potrebbe davvero pensarci.